Ridere fa bene, questo lo sappiamo tutti. Ma perché ridiamo? La scienza ha una risposta: la risata è un meccanismo evolutivo legato alla riduzione della tensione e al riconoscimento dell’assurdo. Il nostro cervello si aspetta una conclusione logica, e quando invece arriva qualcosa di inatteso, scatta il cortocircuito comico. Non siamo gli unici: anche scimpanzé, bonobo e persino ratti emettono suoni simili alla risata durante il gioco. Certo, difficile immaginare un topo che apprezza una barzelletta, ma la biologia non mente. Nella storia, l’umorismo ha cambiato forma ma non sostanza: gli Antichi Romani, per esempio, erano ghiotti di battute sui cognomina ridicoli, sui difetti fisici altrui e sulla goffaggine dei barbari. Quintiliano dedicò intere pagine all’analisi del comico. Insomma, tremila anni di storia e l’essere umano ride ancora delle stesse cose: della sfortuna degli altri e, soprattutto, della propria irrazionalità.
La barzelletta dei due matti e i 100 cancelli
Due pazienti di un manicomio decidono di evadere. Per essere liberi, devono scavalcare 100 cancelli. Iniziano, uno dopo l’altro, con determinazione encomiabile.
Al decimo cancello, uno chiede all’altro:
«Sei stanco?»
«Noooo!»
Dopo 40 cancelli:
«Sei stanco?»
«Noooo!»
Dopo 60 cancelli:
«Sei stanco?»
«Noooo!»
Arrivano a 80… poi a 90… Sudati, affannati, quasi liberi. Si trovano davanti al novantanovesimo cancello. Uno chiede all’altro:
«Sei stanco?»
«Sì… non ce la faccio più!»
Pausa. Silenzio. Poi:
«Hai ragione. Torniamo indietro.»
Perché fa ridere
Il meccanismo comico qui è un classico ribaltamento delle aspettative. Per quasi tutta la barzelletta il ritmo è cadenzato, quasi ipnotico: la domanda si ripete, la risposta è sempre la stessa, e il lettore si aspetta che al centesimo cancello arrivi la libertà. Invece no: al novantanovesimo, a un solo passo dal traguardo, i due rinunciano e tornano indietro. È l’assurdo puro, quello che i teorici del comico chiamano incongruity theory: il cervello costruisce un’aspettativa e la realtà la demolisce nel modo più illogico possibile. Il risultato? Una risata che sa anche un po’ di amara consapevolezza, perché — diciamolo — quante volte abbiamo mollato proprio all’ultimo cancello?
