Ridere è una delle attività più antiche e misteriose dell’essere umano. Gli studiosi la chiamano “risposta incongrua”: il cervello ride quando percepisce uno scarto tra ciò che si aspetta e ciò che accade davvero. Non siamo soli in questo: scimpanzé, ratti e persino cani producono suoni associabili alla risata durante il gioco. Ma solo noi umani abbiamo trasformato l’umorismo in arte. Gli antichi Romani, per esempio, erano maestri nell’ironia politica e nei doppi sensi: i versus fescennini erano filastrocche volgari e satiriche usate durante i matrimoni e i trionfi militari, dove nemmeno i generali vittoriosi erano al riparo dagli sfottò. Nel Medioevo ridere era quasi peccato, mentre oggi la gelotologia — la scienza che studia la risata — ci conferma che fa bene al sistema immunitario, abbassa il cortisolo e migliora le relazioni sociali. Insomma, ridere è una cosa seria.
La barzelletta del manicomio
Ambientata tra le mura di un manicomio, questa barzelletta è un piccolo capolavoro di logica rovesciata. Lasciati trascinare.
In manicomio un matto dice ad un altro matto:
– Ho sentito che hai fondato una banda musicale, è vero?
– Sì, è vero! Un quartetto!
– In quanti siete?
– In tre!
– E chi?
– Io e mio fratello!
– Ma davvero hai un fratello?
– No, perché?
Perché fa ridere?
Questa barzelletta è un triplo salto mortale dell’assurdo. Ogni risposta del protagonista demolisce silenziosamente quella precedente: un quartetto di tre persone, formate da due individui di cui uno non esiste. È la struttura stessa dell’umorismo surreale: ogni frase aggiunge un errore logico senza che il personaggio se ne accorga minimamente, mantenendo la propria coerenza interna in un universo completamente scombinato. Il colpo finale — “No, perché?” — è la ciliegina: non c’è nemmeno la consapevolezza dell’assurdo, solo una serenissima, devastante inconsapevolezza. Freud avrebbe avuto molto da dire su questo.
